Same old music

Musica, foto e appunti di un vecchio rocchettaro (ormai più rocchetaro vecchio)

Festival (non San Remo)

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Non ho mai amato particolarmente i festival musicali.
Ricordo tanti anni fa il festival in Parco delle Basiliche che mi costrinse a sentire Echo & the Bunnymen  e Siuxie & the Banshees aspettando Willy deVille che poi suonò pochissimo. E un altra volta a Modena sotto l’acqua per vedere (oltre a Lone Justice, Big Audio Dynamite e Pretenders) gli U2 quando erano gli U2 (1987).

L’anno scorso era l’anno buono, ad Hyde Park in tre giorni avrei visto Bruce, DMB & Neil Young. Ma la presenza di quest’ultimo, mio preferito dopo Bruce, comporta una specie di maledizione e quindi noi ci potei andare (maturità di mia figlia).

Quest’anno visto che i Pearl Jam nel tour hanno fatto principalmente festival mi è toccato.

A Londra, in Hyde Park atmosfera più internazionale che inglese per l’Hard Rock Calling.
Si parte con Robert Francis, un onesto zappatore di chitarra, senza lode e senza infamia. Apertura dignitosa che non lascia particolari segni.
Si prosegue con i Gaslight Anthem, già visti una volta in Italia, probabilmente più famosi per l’appoggio di Bruce che in proprio. Bravi, come l’altra volta, anche se il nuovo disco è a mio parere meno convincente del precedente. Ma dal vivo anche le nuove canzoni, un po’ pop, tornano a ruggire e al rock.

Cambio di palco con sceneggiatura e scritta “The Hives”. Sinceramente io non ne sapevo nulla (ma non è il mio genere) ma non li conoscevano di nome neppure le mie figlie, più appassionate di musica per giovani.
Salgono con vestitino da marinaretti (che dureranno poco).
Il cantante si è studiato a memoria i vecchi film di Iggy Pop & Mick Jagger,  ha una buona voce e una ottima presenza scenica e capacità di coinvolgere il pubblico. Scoprirò durante il concerto che sono gli autori di una canzone usata in pubblicità e per questo molto conosciuta. Un buon rock tendente al punk e una ottima capacità di scaldare il pubblico.

Arriva poi Ben Harper & the Relentless7. Ben Harper non mi fa impazzire e in concerto conferma l’impressione.
Bravo ma non è probabilmente nelle mie corde quindi non riesce a smuovermi troppe emozioni. Devo dire che secondo me il suono della band non è ottimale, e le due chitarre (può darsi sia voluto) si sovrappongono molto in parecchi pezzi esaltando poco, a mio parere, la slide di Harper. Under pressure  fatta  con Eddie Vedder.

Poi le star della giornata. Arrivano i Pearl Jam e non mi godo l’inizio del concerto per il rimescolamento con pogo che si scatena nella nostra zona (ma nelle prime file in genere). Il cuor di papà mi fa difendere le mie ragazze che sanno farlo benissimo da sole (con l’esperienza di concerti che hanno…).
Cosa dire? Raccontare un concerto dei Pearl Jam è un po’ come raccontare un concerto di Bruce. Dove si possono trovare le parole per esprimere la forza, l’energia oltre che la bravura tecnica che qui 5 ragazzi di Seattle (+1) sanno tirare fuori dal palco?
Anche i pezzi dell’ultimo CD poco considerato dalla critica e che a me piace moltissimo, rendono molto bene dal vivo e non sfigurano affatto tra i classici del concerto.

Una cosa mi ha colpito particolarmente, ok l’ambiente internazionale, ma essere a Londra, ad un concerto rock e vedere poco entusiasmo verso Joe Strummer e scorprire che praticamente nessuno (almeno nella mia zona) conosce la cover dei Mescaleros che i PJ fanno mi ha lasciato perplesso.
Comunque grande concerto. Solo il mio secondo dei Pearl Jam  (ammetto le mie colpe).

Il 6 luglio altro festival, questa volta italiano, l’Heineken Jamming Festival a Mestre.

L’arrivo mette già di buonumore, quando scopri che il parcheggio indicato è a oltre 4 Km dall’ingresso (che è ad almeno 1,5 km dal palco).

Esaurita a pratica parcheggio e fatto l’allenamento per la mezza maratona per arrivare eccomi appena fuori dal Pit. Incontro subito Garybaldi di Trieste is Rock (benemerita associazione triestina) che mi dice che loro sono nel Pit ma ha messo fuori uso un polmone nella corsa per arrivarci.

Giornata di sole, quindi l’attesa è molto “calda”.

Apre un gruppo italiano, i Plastic Made Sofa. E’ vero che sono un vecchio e non è il mio genere. Ma per me sono penosi. Conosco parecchi gruppi italiani migliori, non solo di rock classico ma anche tra le nuove proposte (frequento ogni tanto anche i concerti da gggiovani con le mie figlie). Non ho capito come sono arrivati lì. Qualche idea me la sono fatta, ma lascio perdere.

Aprono i Gomez. Per genere e suono sono quelli tra i vari gruppi che aprono che mi sono piaciuti di più. Ma sono decisamente un vecchio per l’ambiente.

Arrivano i Gossip di Beth Ditto. Quando non sono elettronici (come nell’ultimo per me noiosissimo disco) non sono male, anche se non è certo il mio genere. Lei ha sicuramente una buona presenza scenica, anche se pensavo meglio e si dà molto da fare, al punto di cadere dal palco (e per quello annullerà la data successiva). Va ad un certo punto anche nel pit (mezzo vuoto) a cantare tra il pubblico.
Buona prova ma forse mi aspettavo di più da questa band.

Mentre si monta il palco per gli Skunk Anansie comincia il vento e la pioggia. Fanno sgomberare il Pit. E visti i precedenti (concerto Green Day annullato) comincio ad innervosirmi. Si vede che sono terrorizzati per l’episodio della torre crollata anni fa. Per fortuna sono poche gocce passeggere.

Arrivano gli Skunk Anansie che di pezzi di successo ne hanno parecchi ma forse per questo mi deludono.
Ho trovato il batterista inadeguato ad una band di questo livello (non dava il giusto supporto, mi pareva “scolastico”)  e capisco che la provenienza è anche hip hop ma il basso è veramente troppo presente. A meno che non sia per sopperire al drumming :-) .
Skin ha un’ottima voce e una presenza ginnica notevole (mi ricorda il Jagger dei tempi migliori) ma la voce è certamente più adatta ai pezzi più d’atmosfera tipo Secretly che non ad alcuni pezzi che sconfinano quasi nello screaming. Carina la “passeggiata sulle mani” nel pit.
Anche da loro mi aspettavo sinceramente di più a livello di suono (sarò io troppo pretenzioso, può darsi).

Arriva poi Ben Harper, all’inizio mi pareva il suono fosse più definito di Londra ma con l’avanzare del concerto e l’aumento dei volumi torna la confusione tra le chitarre che non me lo fa godere. Anche qui Under Pressure. E che la recensione stessa del festival lo definisca il momento più alto della sua esibizione secondo me la dice lunga.

Arrivano poi i Pearl Jam.

Che dire, il pubblico italiano per certe band è sicuramente uno dei migliori al mondo e anche loro paiono sinceramente emozionati e legati all’Italia (non le solite frasette tipo siete il migliore pubblico che molti dicono ovunque).
Solito problema all’inizio, ma privo di figlie posso sfogarmi e  far passare a qualcuno la voglia di pogarmi addosso (io pogo più forte di te), anche se poi per fotografare e vederlo più tranquillo faccio i soliti tre passi indietro.

Come tutte i grandi (almeno quelli che piacciono a me) la scaletta è diversa, pur avendo dei punti di contatto e l’andamento del concerto rispetto a Londra è quindi differente (e sul sito non è precisa, Just breathe l’hanno fatta e non c’è).
Ma è un’altra  grandissima prestazione della band di Seattle che sa alternare momenti di grunge a pezzi veramente lirici ed ispirati.  Anche qui Arms Aloft di Strummer e forse il nome di Joe suscita quasi più entusiasmo che a Londra.

L’unico rammarico è che, essendo un festival, è un po’ corto per gli standard della band.

Gran finale con una canzone del mio e loro guru Neil Young con anche Ben Harper (che in ambedue i concerti fa con loro una canzone alla slide) e la sua band al completo. Non so quanti tamburelli abbiano regalato ai fortunati del pit.

Keep on rockin’ in a free world!

Scritto da cifo

10 luglio 2010 a 5:48 pm

Pubblicato in Concerti

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